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Agricoltura

Peronospora della Patata [Phytophthora infestans]

Parti vegetative colpite, sintomatologia

E’ la malattia più importante che colpisce la patata e il pomodoro.

Della patata sono interessati dalle infezioni tutti gli organi vegetativi della pianta (foglie, fusto e ramificazioni, tuberi), mentre del pomodoro sono interessate tutte le parti aeree (fusto e ramificazioni, foglie, peduncoli fiorali e bacche nelle diverse fasi del loro sviluppo).

Nel caso del pomodoro sulle foglie la malattia si manifesta inizialmente con macchie traslucide in rapida espansione che poi assumono un colore scuro in seguito al disseccamento dei tessuti, mentre sulla corrispondente parte della pagina inferiore si forma una muffa bianca lucente. Con il disseccarsi dei tessuti della parte centrale delle macchie la muffa si sviluppa nelle parti periferiche delle suddette ove i tessuti, seppur ingialliti, sono in grado di permettere l’accrescimento della vegetazione del patogeno. Con tempo secco le macchie si bloccano nello sviluppo e si arresta la formazione della muffa; ma con il ripristinarsi delle condizioni di umidità tornano ad ampliarsi con sviluppo di nuova efflorescenza fungina sulle parti periferiche delle suddette macchie. Sul fusto e relative ramificazioni, nonché sui peduncoli fiorali, compaiono macchie brunastre con conseguente morte dei tessuti e della vegetazione sovrastante e colature fiorali. Sulle bacche compaiono ampie macchie brunastre con necrosi dei tessuti, che partono in genere dalla parte calicina per poi estendersi fino ad interessare l’intera bacca, con conseguente raggrinzimento della buccia e comparsa di una muffa grigiastra, soprattutto nell’ultimo periodo vegetativo della pianta, quando piogge e forti rugiade prolungano le ore di bagnatura della vegetazione.

Della patata attacca le foglie, con comparsa di macchie simili a quelle che interessano il pomodoro. Colpiti sono anche i tuberi - soprattutto quelli più superficiali - quando le piante sono interessate da gravi infezioni fogliari e la raccolta avviene in concomitanza di periodi piovosi, durante i quali gli elementi infettivi - che cadono al suolo dalla vegetazione fogliare - riescono a contaminarli penetrando attraverso le lenticelle, le ferite e gli occhi. Le infezioni a carico dei tuberi causano imbrunimenti dei tessuti periferici del parenchima.

Aspetti biologici ed epidemiologici

Con il trascorrere degli anni, della peronospora si sono differenziate numerose razze fisiologiche, passando dalle 7 degli anni sessanta alle attuali 38, delle quali la razza 4 è quella più comune sulla patata, mentre per il pomodoro sono state individuate due razze (T0 e T1), caratterizzate da un differente grado di virulenza, che varia anche in relazione alla varietà. Il patogeno sopravvive in inverno nei tuberi e nei residui colturali rimasti nel terreno, generalmente come micelio. In primavera il micelio può infettare la pianta per via sistemica (attraverso i vasi linfatici) o la vegetazione più vicina al suolo, avviando le prime infezioni, con comparsa delle macchie peronosporiche e la fuoriuscita dalla rima degli stomi di rami vegetativi (conidiofori) che portano corpi fruttiferi limoniformi (sporangi). Questi, diffusi soprattutto dal vento e giunti sulle piante bagnate da un velo d’acqua o in presenza di un tasso di umidità relativa oltre il 90% e con temperature oltre i 10 °C, emettono un tubo germinativo che penetra direttamente nella matrice vegetale o attraverso le lenticelle e gli stomi, avviando così un processo infettivo con lo sviluppo di un micelio intercellulare che trae nutrimento dalle cellule vegetali tramite austori (organi di suzione). Con temperature inferiori ai 15 °C lo sporangio produce invece elementi di propagazione (zoospore) che, munite di due ciglia, si muovono in presenza di un velo d’acqua per poi incistarsi in prossimità degli stomi e sviluppare un tubo miceliale che penetra nella camera ipostomatica per sviluppare un micelio intercellulare. Pur essendo predominante la conservazione del patogeno come micelio, esso riesce ora a perpetuarsi anche con oospore che si formano in seno ai tessuti colpiti e che sono il frutto della coniugazione di ceppi miceliali compatibili (matyng tipes) di opposta sessualità (A1 e A2), se contemporaneamente presenti sulla vegetazione infetta della pianta ospite. Questa condizione è ora presente anche in diversi ambienti italiani, mentre in passato la coniugazione non era possibile in quanto era presente solo il ceppo A1. La formazione delle oospore non sarebbe condizionata tanto dalle condizioni ambientali, bensì dalle caratteristiche dell’ospite (elevata presenza di alcune sostanze, in particolare di steroli) che stimolerebbero appunto la formazione delle oospore. Queste rimangono vitali anche per 3-4 anni e in seguito a piogge prolungate germinano formando uno sporangio che libera zoospore destinate ad avviare nuove infezioni peronosporiche. Il patogeno, conservandosi come micelio sui resti colturali infetti differenzia rami sporangiofori che portano alla loro estremità uno sporangio a forma di limone che può germinare direttamente, per poi sviluppare un promicelio ed un micelio intracellulare, oppure può produrre zoospore ciliate che, in presenza di un velo d’acqua, si muovono e in prossimità degli stomi si incistano per poi emettere un tubo miceliale che penetra, attraverso la rima stomatica, nella cavità ipostomatica e sviluppare un micelio intercellulare. Le infezioni avvengono al raggiungimento di un indice di potenziale infettivo che tiene conto della pioggia giornaliera, della percentuale di umidità relativa, della temperatura e del momento dell’emergenza o del trapianto della coltura e in base al quale va effettuato il primo intervento antiperonosporico. Per prevedere la comparsa delle infezioni, e la loro evoluzione, sono stati creati due modelli basati su fattori climatici. Per l’avvio di un’infezione occorrono determinate condizioni, rappresentate da piogge di almeno 6 ore nell’arco di una giornata seguite da altre 5 ore di umidità relativa oltre il 90 % e una temperatura compresa tra 10 e 28 °C. Il periodo d’incubazione è influenzato dalla temperatura, concludendosi in soli 3-4 giorni in presenza di temperature di 20-23 °C, al termine del quale compaiono i sintomi della malattia. A titolo puramente indicativo, lo sviluppo epidemico della malattia avviene quando dall’emergenza o dal trapianto della coltura si sono verificati 3-4 “cicli favorevoli di sviluppo”, ciascuno della durata di 5 giorni, con almeno 20 mm di pioggia per ciascuno di essi e una temperatura oltre i 10 °C. Durante il periodo più caldo dell’estate, con temperature intorno ai 30°C o anche più, le infezioni rallentano notevolmente o si arrestano per poi riprendere con il ripresentarsi di temperature più favorevoli, piogge e forti rugiade, raggiungendo la massima gravità alla fine dell’estate o all’inizio dell’autunno, con il verificarsi di piogge e forti rugiade che mantengono bagnata la vegetazione per diverse ore della giornata.

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